Se dovrai attraversare il deserto, non temere, Io sarò con te.

Se dovrai camminare nel fuoco, la sua fiamma non ti brucerà.

Seguirai la mia luce nella notte, sentirai la mia forza nel cammino,

io sono il tuo Dio, Signore.

Sono io che ti ho fatto e plasmato, ti ho chiamato per nome.

Io da sempre ti ho conosciuto e ti ho dato il mio amore.

Perché tu sei prezioso ai miei occhi, vali più del più grande dei tesori,

Io sarò con te dovunque andrai.

Non pensare alle cose di ieri, cose nuove fioriscono già,

aprirò nel deserto dei sentieri. Darò acqua nell’aridità,

perché tu sei prezioso ai miei occhi.

Io ti sarò accanto, sarò con te,

per tutto il tuo viaggio starò con te.

 

   

L’immagine sindonica è un’immagine labile ed evanescente.

Se ci si pone davanti ad essa ad una distanza inferiore ai 3 metri, 3 metri e mezzo, questa scompare, assimilata dal colore di fondo del telo. E’ di colore bruno e come abbiamo detto, composta dall’ossidazione delle fibrille superficiali delle fibre del lino. Appare come l’impronta completa, dorsale e frontale, lasciata da un uomo deceduto attraverso il supplizio della croce e non solo. Senza alcun dubbio questa è la parte fondamentale dell’intera Sindone

L’immagine sindonica frontale e dorsale
Ancor più evidenti dell’immagine sono i segni inequivocabili delle ferite, messe in evidenza dalle numerosissime tracce di sangue. Quelle che fanno pensare senza ombra di dubbio, che l’uomo della sindone è morto per crocifissione, sono le piaghe al polso e sui piedi.
Le ferite ai polsi.                      Le ferite ai piedi
Nell’antica iconografia (ma a volte anche in quella moderna) il Cristo crocifisso veniva raffigurato inchiodato per le palme delle mani. Questo è un errore grossolano che spesso gli artisti hanno compiuto e compiono. E’ infatti ormai accertato, attraverso numerosi esperimenti, che un corpo umano infisso per le palme delle mani, resta appeso soltanto per pochi minuti, in quanto la struttura interna della mano non può sopportare il peso dell’intero corpo. Tutto ciò gli antichi carnefici lo sapevano benissimo e così fissavano il condannato al legno facendo passare i chiodi nel polso, in uno spazio detto di “Destot”, dove le ossa sono più robuste. In quello spazio però passa anche il tendine mediano, che comanda l’adduzione del pollice, il quale veniva inesorabilmente leso dal “trabales” (chiodo da carpentiere romano). Infatti nell’impronta sindonica, le mani mancano dei pollici, che evidentemente sono rattrappiti sotto le palme stesse, appunto, per la lesione del tendine mediano.

Anatomia della mano
(Ossa del polso e spazio di “Destot” con chiodo)
Altra cosa evidente che appare nell’impronta della Sindone sono i segni di una violentissima fustigazione. La flagellazione era una pena relativamente frequente nei tempi antichi ma non strettamente correlata alla crocifissione. L’uomo della Sindone invece ha subito anche questo genere di punizione prima di essere inchiodato al legno, né più e né meno come capitò a Gesù?. strano?. Inoltre la flagellazione era generalmente legata a norme ben precise riguardo la sua esecuzione. In quella giudaica ad esempio non potevano essere inflitti oltre 20 colpi, anzi, 19 più uno per l’esattezza. I romani invece erano più “larghi di manica” e lasciavano il numero della battute al giudizio di chi comminava la pena o addirittura al carnefice stesso.
La battitura subita dall’uomo della Sindone è “more romanorum” sistematica e di una violenza inaudita. Non c’è una parte del dorso, gambe comprese, che è stata risparmiata. Monsignor Ricci ha contato ben 120 colpi inflitti con un “flagrum taxillatum” a tre lore. La parte frontale invece, benché colpita anch’essa, reca meno tracce. Questo è dovuto al fatto che i due esecutori conoscevano bene il loro “mestiere”. La flagellazione doveva punire non uccidere, ma se avessero infierito anche sul petto e sull’addome, il condannato sarebbe sicuramente spirato sotto i colpi.
Flagrum.     Posizione del condannato.   Tracce dorsali
Sulle spalle dell’uomo della Sindone però non ci sono soltanto i segni delle frustate ma anche quelli lasciati dal trave che il condannato portava sulle palle. I pittori e gli scultori ci hanno tramandato un’immagine del Cristo che trasporta verso il Calvario l’intero strumento del supplizio. Anche questo è un errore di natura “artistica”, perché i cruciari portavano soltanto il “patibulum”, cioè la parte orizzontale della croce, in quanto il palo verticale (stipes) era già saldamente infisso sul luogo del martirio. Il trave, del peso di circa 50/60 chili e delle dimensioni di una traversina di binario, veniva caricato sulle spalle del condannato ed assicurato con delle corde alle braccia spalancate di quest’ultimo, che con un tale fardello, si dirigeva verso la morte.
Nell’immagine sindonica si vedono chiaramente i segni lasciati al livello delle scapole, dallo sfregamento del “patibulum”. Ma c’è anche un’altra cosa da notare: l’arrossamento non ha cancellato i segni della fustigazione, segno evidente che fra il legno del “patibulum” e la pelle del condannato c’era qualcosa. Sicuramente un indumento! Sappiamo dai vangeli che il Cristo, mentre saliva al Golgota, indossava una tunica che fu poi spartita ai dadi dai legionari romani.
“Il trasporto del Patibulum”
I segni lasciati dal “Patibulum” sulle scapole
Nelle raffinazioni del Cristo durante la passione, il Salvatore è rappresentato con una “corona” di spine attorno al capo. Questo genere di supplizio appare del tutto inusuale, anzi, l’unico esempio che abbiamo dalla storia è soltanto quello riferito a Gesù. Orbene, l’uomo della Sindone, reca i segni tangibili di una coronazione di spine, anche se di corona non è esatto parlare. I pastori giudei erano soliti circondare le greggi, durante la notte, con dei recinti formati da cespugli spinosi del deserto, per proteggerle dai predatori. A Gesù fu sicuramente calcato sul capo un cespo di rovi tratto da uno di quei cespugli o recinti , quindi si trattò di un vero e proprio casco e non una corona ad arte intrecciata. Come detto, nell’immagine sindonica ci sono le tracce sanguinose, lasciate sul capo, dagli aculei del cespo di spine.
Le ferite alla nuca                            Le ferite alla fronte
I segni lasciati dalle spine sono talmente chiari e dettagliati che gli studiosi sono riusciti a distinguere le tracce di sangue venoso da quello arterioso. Nell’immagine frontale è ben visibile un segno a forma di “3” rovesciato che testimonia una colata di sangue venoso. La forma particolare è dovuta al fatto che il rivolo di sangue, colando, ha seguito le rughe della fronte corrugata dalla sofferenza e dal dolore. A destra di questa colata c’è un’altra traccia di sangue, ma a forma di “V” rovescia. Secondo gli esperti è il segno evidente della lesione di un’arteria. Infatti non si tratta di un rivolo di sangue ma bensì di uno spruzzo, generato dalla pressione sanguigna che nelle arterie è superiore rispetto a quella delle vene.
E veniamo al segno forse più emblematico che il lino sindonico conserva da millenni: la ferita al costato. Sul lato destro del torace dell’uomo della Sindone è presente una copiosa colata di sangue semi coagulato, talmente massiva che scende lungo il costato e prosegue sul retro circondando il girovita; tant’è che è stata definita “la cintura di sangue”. Tale emorragia è fuoriuscita da un taglio, presente fra la V e VI costola, lungo più di 4 centimetri e largo uno e mezzo. Squarcio sicuramente provocato da un’arma da taglio che possiamo identificare in una lancia romana. Ma oltre al sangue è presente anche un alone, che lo circonda interamente e che in un certo senso l’ha diluito. Si tratta di siero, la parte liquida della sostanza ematica completa.
Giovanni nel suo vangelo ci narra: “Venuti da Gesù, siccome lo videro già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con un colpo di lancia gli trafisse il fianco e subito ne uscì sangue ed acqua” (Gv, 19, 33-35).
Nel telo sindonico quindi, sono presenti le tracce di quel sangue e di “quell’acqua” di cui Giovanni tanto dettagliatamente ci racconta. Un pittore o un qualsiasi mistificatore mediovale non poteva assolutamente simulare un evento del genere, in quanto a qui tempi, della parte liquida e corpuscolare del sangue, non se ne sapeva assolutamente nulla!

La ferita al costato

La “cintura di sangue”
Ma perché dalla lesione fuoriuscirono sangue e siero? Le ipotesi sono diverse ma ultimamente ne è stata formulata una veramente interessante. Ne è promotore il compianto dott. Luigi Malantrucco.
Secondo il clinico. l’uomo della Sindone è rimasto vittima di un “emopericardio” dovuto alla rottura del cuore per un infarto pregresso. Sarebbe, pur se estremamente interessante, troppo lungo e complesso spiegare i meccanismi di tale evento. Ci limitiamo a dire che con la rottura del cuore, il sacco pericardiale che lo avvolge si riempì di sangue e dato che tale sacco fu rotto dal colpo di lancia, diverse ore dopo, la sostanza ematica si era divisa nelle sue due parti essenziali: quella liquida e quella corpuscolare. Per effetto del diverso peso specifico, la parte solida si posò sul fondo del sacco e quella liquida vi galleggiò sopra. Cosicché quando il fendente, vibrato dal basso verso l’alto per la posizione elevata del corpo, ruppe la membrana che lo conteneva, uscì prima il sangue rosso e denso, poi il siero acquoso. Proprio come l’evangelista Giovanni ci racconta.
Colpo di lancia     Punte di lance romane e livello di intromissione
Ma la Sindone non racchiude soltanto le tracce visibili che sono conosciute da secoli e secoli, ne conserva alcune, per così dire “invisibili”, che soltanto la scienza moderna ha saputo rivelare. Mi riferisco ad esempio al “messaggio tridimensionale”.
L’uso dei computer ed in particolare di quelli sempre più evoluti, nell’analisi dell’immagine sindonica, ha permesso di evidenziare se non scoprire, come ho detto, particolari che nei tempi passati erano appena visibili e di certo non analizzabili. Fra questi sì è scoperto, che l’immagine reca in se stessa, i codice delle distanze fra le varie parti del il corpo ed il telo. Questi codici, grazie alle moderne tecniche di elaborazione dei dati, è stato possibile tramutarli in immagini.

Sangue evidenziato al computer
Immagini tridimensionali
E’ semplicemente impensabile credere che un “artista” medioevale abbia concepito un simile falso, quando a quei tempi, la rappresentazione della tridimensionalità era andata perduta perfino nella pittura.
Concludo queste poche note sulla sacra Sindone con una immagine che non parla di dolore, ma bensì di un vezzo. Ai tempi Gesù gli uomini di Palestina (quelli che tenevano ad una certa cura ed eleganza del loro aspetto) erano soliti portare i lunghi capelli raccolti, nella parte posteriore, in una treccia. Orbene, nell’immagine sindonica, c’è rimasta traccia di quella treccia; naturalmente disciolta dal travaglio del martirio. Chissà, forse Gesù, era anche un uomo alla “moda”? perché no?
La treccia disciolta
Dovranno passare anni, forse decenni, perché la storia dia finalmente giustizia a ciò che veramente è la Sacra Sindone. Solo allora si potrà dare con certezza un nome a quell’uomo che da secoli si mostra ai nostri occhi nel dolore di una morte, rappresentata con una dignità che ha dimensioni cosmiche. Quel nome non potrà essere che uno?
Gesù!

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