Se dovrai attraversare il deserto, non temere, Io sarò con te.

Se dovrai camminare nel fuoco, la sua fiamma non ti brucerà.

Seguirai la mia luce nella notte, sentirai la mia forza nel cammino,

io sono il tuo Dio, Signore.

Sono io che ti ho fatto e plasmato, ti ho chiamato per nome.

Io da sempre ti ho conosciuto e ti ho dato il mio amore.

Perché tu sei prezioso ai miei occhi, vali più del più grande dei tesori,

Io sarò con te dovunque andrai.

Non pensare alle cose di ieri, cose nuove fioriscono già,

aprirò nel deserto dei sentieri. Darò acqua nell’aridità,

perché tu sei prezioso ai miei occhi.

Io ti sarò accanto, sarò con te,

per tutto il tuo viaggio starò con te.

 

   

La Sacra Sindone

La Sindone

..molti si stupirono di Lui tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto...

Dio ha mandato suo figlio sulla terra facendogli assumere la natura umana e nello stesso tempo ha permesso che ci lasciasse la sua impronta impressa sulla Sindone. Questo volto nascosto si è rivelato agli uomini affinchè scoprano il segno dell’amore infinito.
“La più stupenda pagina sanguiscritta, autoracconto fedele e dinamico della passione e morte di Gesù Cristo. (Enrico Medi).
Chi si sofferma a guardare la Sindone, nota una doppia immagine corporea, frontale e dorsale, punteggiata da macchie di sangue, e avverte che essa esprime una capacità di forza e di immediatezza di linguaggio tale da essere compresa da tutti gli uomini.
La Sindone può essere considerata un grande “libro” mediante il quale tutti sono introdotti e avviati alla comprensione del più grande mistero dell’umanità: quello dell’amore e della sofferenza di Dio.
Così si esprime Papa Giovanni Paolo II in un discorso pronunciato nella Cattedrale di Torino, dopo aver sostato e meditato davanti al telo della Sindone:
La Sindone è anche l’immagine dell’amore di Dio, oltre che del peccato dell’uomo. Essa invita a riscoprire la causa ultima della morte redentrice di Gesù. Nell’incommensurabile sofferenza da essa documentata - l’amore di Colui che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. (Giovanni 3,16) - si rende quasi palpabile e manifesta le sue sorprendenti dimensioni.
Dinanzi a essa i credenti non possono non esclamare in tutta la verità:” Signore, non mi potevi amare di più” e rendersi conto che responsabile di quella sofferenza è il peccato, sono i peccati di ogni essere umano. Parlandoci di amore e di peccato, la Sindone invita tutti noi a imprimere nel nostro spirito il volto dell’amore di Dio, per escluderne la tremenda realtà del peccato.
La contemplazione di quel corpo martoriato aiuta l’uomo contemporaneo a liberarsi dalla superficialità e dall’egoismo con cui molto spesso tratta dell’amore e del peccato. Facendo eco alla parola di Dio e a secoli di consapevolezza cristiana, la Sindone sussurra: credi nell’amore di Dio, il più grande tesoro donato all’umanità, e fuggi il peccato, la più grande disgrazia della storia”.

La Sindone, segno dell'amore di Dio.
Tra scienza e Storia
Possiamo affermare senza alcuna ombra di dubbio che la Sindone è il reperto archeologico più studiato al mondo. Da quel lontano 25 maggio 1898, quando l’avvocato Secondo Pia le scattò la prima fotografia, è stato fino ai nostri giorni, un susseguirsi quasi incalzante di indagini, studi ed esperimenti. Se fosse il presunto lenzuolo funebre di un faraone o di un qualunque dignitario assiro babilonese o romano, farebbe da anni bella mostra di se in un museo con tanto di targa che ne testimonia l’appartenenza. Però purtroppo (o per fortuna) tutto porta a far credere, che quel telo di lino avvolse il cadavere non di un personaggio qualsiasi, pur se illustre, ma bensì quello di Gesù il nazareno. Ed allora sorgono i problemi di carattere ideologico, storico, esegetico e chi più ne ha più ne metta; tutto in barba alle più elementari norme del buon senso e della logica. Norme che ormai ci dicono in modo inconfutabile, che quel sudario coprì dalla testa ai piedi, di fronte e di schiena, il corpo martoriato di un uomo deceduto per crocifissione. Ci dicono, senza ombra di dubbio, che le impronte lasciate sulla stoffa non provengono da un artistica mano umana, ma sono i segni impressi da un corpo senza vita. Ci raccontano con agghiacciante dovizia di particolari, delle torture, dei patimenti, che quel corpo ha subito prima di spirare. E “guarda caso”, calzano in modo spettacolare, con quanto è raccontato dai vangeli riguardo la passione e la morte del Cristo.
L’avv. Secondo Pia e la sua foto della sacra Sindone
Le illazioni iniziarono subito, appena furono divulgate le prime immagini fotografiche di Secondo Pia, dalle quali ci si rese conto con stupore, che l’impronta impressa sul telo sindonico era un negativo fotografico. Il povero avvocato fu tacciato di ogni sorta di imbroglio e raggiro, perfino da gente che di fotografia se ne intendeva quanto una locomotiva se ne intende di filologia romanza. Senza dimenticare che si era ai primordi di tale tecnologia e chi la poneva in essere doveva considerasi un vero pioniere. Il Pia fece dei “miracoli” per immortalare quell’evanescente immagine sulla lastra fotografica, sia per il pochissimo tempo che gli venne concesso, sia per l’attrezzatura di cui disponeva e non ultimo per la luce di cui poté far uso, generata dalle prime ed arcaiche lampadine elettriche. Fortunatamente nel 1931, Giuseppe Enrie fotografò nuovamente il lenzuolo sindonico ed ottenne gli stessi identici risultati di 67 anni prima, ma questa volta con apparecchiature più evolute e sotto gli occhi altri esperti. Dal 1931 in poi, innumerevoli furono gli studi effettuati attraverso le branche più disparate della scienza, fino a giungere al 1978 quando il telo fu sottoposto ad un vero e proprio “tour de force” di esperimenti ottici di ogni genere, accompagnati da prelievi e sondaggi. Tutti confermarono ciò che si era sempre pensato:
1) La Sindone non era un dipinto;
2) Le macchie sulle ferite che fino ad allora erano apparse come di sangue, erano effettivamente composte da tale elemento;
3) L’indagine merceologica sulla tessitura del telo, lo identificava come un manufatto mediorientale databile al primo secolo dopo Cristo;
4) L’immagine era prodotta da una “strinatura” (ossidazione) delle fibrille superficiali di ogni fibra di lino;
5) L’immagine, sotto le macchie di sangue, non appariva;
Nel rovescio non c’era alcuna traccia dell’immagine.
Fibre ossidate                     Fibre insanguinate
Naturalmente tutto ciò non spiegò come l’impronta si fosse formata su quel telo di lino, lungo 4 metri e 36 centimetri, nonché alto 1 metro e 10 centimetri.

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